8 Marzo 2022

L’8 marzo, giornata designata per celebrare le conquiste sociali, economiche e politiche delle donne, non ha più ragione di esistere così com’è stata concepita. Sono diversi i motivi che ci spingono a un’affermazione così decisa.

Prima di tutto, la donna come soggetto omogeneo che occupa una precisa posizione socio-economica rispetto all’uomo all’interno di una scala gerarchica in cui continua presumibilmente ad avanzare di grado è un mito da sfatare. Pensare infatti realizzabile la liberazione delle categorie oppresse in una cornice gerarchica in cui i cosiddetti successi di alcunə devono necessariamente basarsi sulla sconfitta di altrə, è nel migliore dei casi illusorio, nel peggiore assolutorio nei confronti dell’oppressore. Alla luce di questo, ci sembra necessario ripensare il femminismo in chiave universalista e quindi intersezionale, pacifista e anticapitalista; un movimento che lasci spazio alle diverse voci delle soggettività che lo alimentano e che non tenti di spegnerle in un tentativo di assimilazione forzata ed innaturale.

Se questo 8 marzo non sarà giornata di celebrazione, ma piuttosto di rivendicazione e lotta, è anche perché vediamo in essa un’occasione per fare un bilancio della gestione della crisi pandemica, la quale, eretta su problematiche strutturali già presenti, non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze economiche e sociali. La pandemia ha non solo messo in luce le drammatiche condizioni di precarietà in cui versano centinaia di milioni di persone nel mondo, ma rendendo il divario tra riccə e poverə sempre più profondo ha causato lesioni difficili da sanare anche tra gruppi sociali che condividono l’esperienza della subalternità e della marginalizzazione. Il rapporto Oxfam 2021, La pandemia della disuguaglianza, denuncia esplicitamente come siano le donne le principali vittime di questo crescente divario. Sono tre le dinamiche evidenziate a livello globale: significativa esclusione dal mondo del lavoro e segregazione occupazionale, abbandono scolastico prematuro, e aumento del lavoro domestico e riproduttivo, di cura e sessuale non riconosciuto e invisibilizzato. L’interconnessione di questi fenomeni si traduce in insicurezza materiale, psicologica, e talvolta persino fisica. Ancora una volta, sono le donne migranti a subire le conseguenze più gravi di questa situazione. L’inclusione di una prospettiva di genere nell’elaborazione di politiche sociali, economiche, lavorative e migratorie, è imprescindibile al fine di correggere questa situazione di subordinazione e sfruttamento.  

La mancanza di uno strumento concreto in grado di contrastare i crimini d’odio e garantire un’uguaglianza sostanziale oltre che formale, inoltre, lascia le minoranze sociali sempre più esposte al rischio di discriminazione sistemica. L’8 marzo scioperiamo perché ogni forma di violenza legata all’identità di genere, all’orientamento sessuale, alla disabilità, all’etnia e alla classe sociale va apertamente contestata; chiediamo che misure concrete ed efficaci vengano adottate il prima possibile affinché le pratiche disumanizzanti e degradanti riservate alle categorie marginalizzate vengano dichiarate intollerabili. Il nostro quadro giuridico nazionale, radicato in una concezione binaria del genere, è fortemente inadatto a garantire tutela alle persone la cui identità di genere non è conforme a questo paradigma dicotomico e ricade invece in uno spettro. L’approvazione del DDL Zan avrebbe costituito un intervento enfatico all’interno di uno sviluppo più ampio, nel sistema giuridico italiano, per il riconoscimento dell’identità di genere e per la protezione legale delle persone gender non-binary e non-conforming, che fanno molta fatica ad autodeterminarsi essendo perdipiù esposte all’inaccettabile vuoto legislativo del diritto internazionale ed europeo.

Ci sembra fondamentale, oggi, ribadire quelli che dovrebbero essere tra i punti nevralgici del femminismo contemporaneo: la lotta alla guerra imperialista e l’autodeterminazione di popoli e persone. Nella lettura geopolitica dell’invasione Ucraina da parte della Russia, si tende ad adottare un punto di vista macroanalitico, occultando sistematicamente l’esperienza diretta delle persone coinvolte nel conflitto. L’impronta dell’eteropatriarcato è visibile tanto nelle giustificazioni ideologiche di matrice aggressiva e dominatrice di coloro che promuovono la guerra – indipendentemente dai blocchi e dagli schieramenti – quanto nella produzione di vulnerabilità distinte e specifiche di coloro che la esperiscono. Anche noi, pur nella nostra condizione di privilegio, vediamo le aspirazioni di giustizia economica, sociale ed ambientale canalizzate nel Next Generation EU e nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nuovamente accantonate in vista di più urgenti e necessarie questioni securitarie. Nello schierarci apertamente accanto alla resistenza Ucraina e a quantə hanno manifestato il proprio dissenso nei confronti di Putin e degli altri fautori della guerra tramite disobbedienza civile, non possiamo non intraprendere un esame di coscienza riguardo alla lente eurocentrica con la quale tendiamo ad interpretare le vicende odierne. 

Libia, Egitto, Niger, Mali, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal, Camerun, Etiopia, Somalia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Kurdistan, Siria, Iran, Iraq, Azerbaigian, Armenia, India, Pakistan, Afghanistan, Indonesia, Filippine, Bangladesh, Tailandia, Mare Cinese del Sud e dell’Est, Colombia, Venezuela, Paraguay.  Anche qui si muore, anche qui si resiste, anche da qui si scappa. La condanna alla guerra, le facilitazioni nella costruzione di corridoi umanitari e l’assistenza a rifugiatə non possono ridursi a rivendicazioni isolate e discontinue. Il pacifismo è un esercizio costante e non selettivo, che va praticato soprattutto in tempi di pace. A questo proposito, ci uniamo all’appello di coloro che denunciano la politica discriminatoria e razzista della fortezza Europa, che costruisce arbitrariamente gerarchie del bisogno e dell’aiuto, ponendo in cima ad esse solo chi per appartenenza e somiglianza allə europeə stessə è degno di ricevere asilo. Sono tante le testimonianze di respingimenti ad opera dei funzionari dei Paesi al confine con l’Ucraina dei rifugiatə razzializzatə sulla base di caratteristiche fisiche o legali non occidentali, il tutto sotto l’encomio dei leader europei. Riteniamo fondamentale che l’Unione Europea e i singoli stati procedano ad un radicale rinnovamento delle politiche volte a garantire il diritto d’asilo, al fine di rimuovere asimmetrie discriminanti del diritto internazionale. 

Il nostro 8 marzo è una giornata di protesta, di denuncia, di sciopero.
Insieme, vogliamo riaffermare la nostra

volontà di imporre un cambio di sistema che disegni un modo di vivere sulla terra alternativo alla guerra, alle colonizzazioni, allo sfruttamento della terra, dei territori, e dei corpi tutti”.

A quantə volessero aderire, ricordiamo che lo sciopero dal lavoro e dallo studio è un diritto ed è garantito dalla Costituzione. Nel rispetto delle esigenze e delle inclinazioni soggettive, riconosciamo la coesistenza di uno spettro multiforme ed eterogeneo di pratiche di lotta possibili. Nell’intento di recuperare una forma di intersezionalità tra le oppressioni e le pratiche di resistenza e con la volontà di instaurare un legame visibile tra queste tante sfaccettature, vi suggeriamo alcuni spunti di azione: 

  • Indossa qualcosa di nero e fucsia 
  • Esponi manifesti alla finestra 
  • Introduci materiali informativi negli spazi fisici e simbolici del lavoro
  • Sciopera dal consumo: non acquistare e non usare elettrodomestici 
  • Sciopera dal genere: rifiuta tutto ciò che per ruolo di genere ti è imposto 
  • Sciopera dal lavoro domestico 
  • Condividi foto e riflessioni sui social, unisciti agli hashtag #scioperopertutt #8marzo
  • Segui la diretta di RadioBlackout 105.25 dalle ore 11:00, manda un messaggio al 346673263 o chiama il 0112495669

Buon 8 marzo!


Pubblicazione in collaborazione con The Journal ASP

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