Il Drag: performance di arte e di genere

What If

Il termine drag ha origini antiche: le prime testimonianze risalgono alle rappresentazioni teatrali inglesi del 1500/1600, quando il divieto per le donne di partecipare agli spettacoli portò gli uomini a vestirsi con abiti che trascinavano (drag) sul pavimento. La prima persona a fare della sua figura ‘drag’ non solo un personaggio di scena, ma parte della vita di tutti i giorni, fu un macellaio della Londra del 1730 di nome John Cooper che, vestitosi da donna, si faceva chiamare Principessa Seraphina, o sua altezza. Seraphina partecipava alle masquerade dell’impresario teatrale londinese John Heidegger, che dal 1710 dava l’opportunità di esplorare il travestitismo. Si trattava di feste in maschera in teatri, giardini pubblici e ‘molly house’ (luoghi di incontro per uomini gay). Anche le donne vi partecipavano, travestendosi, ad esempio, da marinai o cardinali.

Con il passare degli anni, le masquerade lasciarono il posto negli USA alle ballrooms, dove persone queer provenienti dalla comunità nera e latino-americana si potevano esprimere liberamente in balli e sfilate. La prima di queste fu la Hamilton Lodge di Harlem del 1867, dove si gareggiava per il miglior abito; questa forma di espressione divenne anche un mezzo di aiuto sociale per tuttə lə ragazzə emarginatə per la loro sessualità/genere, che venivano ospitatə da famiglie drag. Fu poi nel 1990, grazie alla famosa canzone Vogue di Madonna, che la danza vogueing tipica delle balls di NYC, dove veniva già chiamata ‘performance’, divenne famosa e con questa la cultura drag. Il nome di questa danza contemporanea deriva appunto dalle pose plastiche dellə modellə presenti sull’omonima rivista. 

Il drag si è così lentamente plasmato nella sua forma attuale, una performance artistica che consiste nel vestirsi in modo stravagante nei panni di un genere percepito come diverso dal proprio. L’elaborazione di un personaggio – king o queen – diventa un ibrido tra l’identità dell’artista (l’interpretazione del personaggio, la scelta dei costumi, etc.) e la sua creatività, prendendosi gioco della binarietà e allo tempo stesso permettendo l’auto-espressione. 

Le persone che fanno drag sono ispirate da un movimento politico e artistico di liberazione contro una società rigida, binaria e patriarcale. Tuttavia, il drag non è un’indicazione del genere o dell’orientamento sessuale delle persone che lo praticano: lə performer drag sono spesso parte della comunità LGBTQI+ e così il loro pubblico, ma questa forma d’arte non dovrebbe essere confusa con l’identità di chi la esegue o assiste agli spettacoli. Negli ultimi anni, il drag è diventato molto più accessibile: sempre più artistə lo praticano e pubblico e locali si fanno sempre più diversificati. Tale exploit è in parte merito della serie Netflix Rupaul’s Drag Race, che ha diffuso grazie al servizio streaming quest’arte in diversi Paesi e altrettante lingue. D’altra parte, le nuove generazioni (soprattutto anglofone, ma non solo) sembrano amare il drag non solo perché fenomeno alla moda, ma perché in linea con una crescente apertura mentale che continua ad accompagnare, come negli anni ‘80, un’espressione sempre più libera, in particolar modo sui temi di genere e orientamento sessuale. Il drag è infatti specchio di una decostruzione, oggi più che mai necessaria, della società e dei suoi dogmi superficiali e persino pericolosi per la comunità LGBTQI+, attraverso canto, danza, esagerazioni e molto umorismo. Al contempo si tratta di una forma d’arte a sé stante, con un vocabolario specifico per l’abbigliamento, le tecniche, le pratiche; le drag queens e kings sono espertə truccatorə, ballerinə e stilistə.

Se l’affermazione dei movimenti transfemministi non può prescindere dalla storia drag, alcune dinamiche sociali sembrano ostacolarne la piena affermazione. Se molte donne, già nel XIX secolo, si vestivano da uomini tanto nei drag shows quanto nella vita quotidiana, con il passare degli anni il genere femminile sembra aver perso molto spazio sulla scena artistica drag. Oggi sta tornando in auge, ma il drag che più popolare resta principalmente quello degli uomini che si esibiscono in figure femminili. Il punto non è marginalizzare gli uomini – cis oppure no – che si esibiscono, ma piuttosto mettere sempre in discussione, in qualsiasi spazio sociale, l’esistenza di un genere dominante e il perché. Sarebbe interessante in quest’ottica capire le dinamiche tra tutte le persone che fanno drag e integrare una visione più femminista. 

Oltre al problema di rappresentazione femminile, il fenomeno drag ha oggi un secondo punto critico che merita un’analisi, che ruota attorno alla scala della popolarità e del successo. Il drag, come tutti gli altri soggetti culturali, sta vedendo una crescente economia capitalista del profitto. Quella che all’inizio era nata come lotta sociale è ora infatti strumentalizzata in quanto fenomeno di moda (anche se ancora liberatoria, impegnata e militante). Ciò che prima era condannato e rifiutato, ora è sfruttato per generare profitto e pubblicità. Queste entrate non vanno necessariamente nelle tasche di artistə e della comunità LGBTQI+, che si ritrovano al contrario lə più colpitə dalla precarietà. Come gran parte del mondo dello spettacolo, anche quello dellə artistə drag non è il meglio pagato, e lə drag si ritrovano costrettə ad accettare di esibirsi per uno stipendio, in luoghi, contesti e per un pubblico per lo più fatto da uomini etero, cis e bianchi. Ed anche se tuttə hanno il diritto di partecipare agli shows, e il drag può permettere a un pubblico composto da non-insider di decostruirsi ulteriormente, questo fenomeno finisce per essere ingabbiato in dinamiche per lo più simili al LGBTQI+/flag washing: un locale finge di difendere e sostenere una causa (LGBTQI+ invitando drag queens/kings) per scopi economici, così come, per il flag washing, un locale sceglie di esporre la bandiera della comunità LGBTQI+ per attirare clienti che pensano di sostenere e partecipare a un’economia più solidale, alimentando logiche diametralmente opposte. 

Quella drag è una storia militante importante, e si può assistere a uno spettacolo per le più svariate ragioni – che si tratti di amare la moda, le rappresentazioni teatrali o le loro performance – ma occorre sempre cercare di avere una distanza critica e una contestualizzazione per non cadere nei peggiori cliché e per interpretare nel modo giusto ciò a cui si sta assistendo. Non si tratta solo di divertirsi e di applaudire un talento, ma di essere curiosə in modo positivo e non malsano. Lə drag queens, per esempio, giocano molto con l’ipersessualizzazione della femminilità: la denunciano, ma permettono anche di esprimerla in uno spazio che dovrebbe essere sicuro. Potrebbe venir naturale pensare che, forse, ci sia meno successo con lə drag kings perché decostruire la mascolinità (tossica) è ancora molto difficile e richiede più tempo. È invece necessario un pensiero più costruito per discutere questo argomento; al riguardo, l’attivista AlokVMenon (su Instagram) parla in maniera esaustiva di tutti gli argomenti qui discussi.

Per saperne di più

Serie TV

POSE
parla di ballrooms e della lotta sociale inevitabilmente alla realtà drag

RuPaul’s Drag Race
sfide per il titolo di best drag

The Boulet Brother’s Dragula
sfide per il titolo di best drag

Film

Victor Victoria (1982)

Paris Is Burning (1983)

The Rocky Horror Picture Show (1975)


Pubblicazione in collaborazione con The Journal ASP

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