Qualcosa da dire

I mondi dell’arte e dello spettacolo – del cinema, della televisione, della letteratura, della scultura, e così via – incarnano un ruolo cruciale nella percezione che abbiamo dei contesti sociali. Diversi studi hanno dimostrato come le disuguaglianze siano profondamente radicate tanto nel subconscio degli individui quanto nella cultura della società, ed è noto che uno dei problemi cardine del raggiungimento della parità di genere sia quello della rappresentazione della realtà in campo artistico e in tutte le sue forme. Oggi vogliamo dedicare una riflessione al grande schermo, e in particolare a come, mostrando le persone in relazione al loro contesto sociale, la trasposizione cinematografica presti precisa attenzione a regole e leggi, sia palesi che implicite, che regolano come gli individui agiscano come tasselli di comunità più grandi. 

Immaginiamolo come una treccia a tre fili: il primo è dato dalla realtà “così com’è”; il secondo dalla rappresentazione della realtà nei media – e, nel caso in specie, sul grande schermo; il terzo non è che il risultato dei due: l’emulazione che è al contempo riflesso e vettore di diffusione

A pensarci bene, la parola stessa “modello” viene definita come ‘termine di riferimento ritenuto valido come esempio o prototipo e degno d’imitazione’, o ancora come ‘l’oggetto o il termine atto a fornire un conveniente schema di punti di riferimento ai fini della riproduzione o dell’imitazione, tavolta dell’emulazione’. Dal momento che i ruoli di genere, le relazioni, l’istituzione del matrimonio, la genitorialità eterossessuale sono strutture sociali ben radicate all’interno della cultura patriarcale, quando queste diventano materiale idoneo alla rappresentazione, succede che quest’ultima divenga espressione di quanto radicato e radice di nuovi stereotipi. 

Sul grande schermo, questo fenomeno sembra verificarsi più che mai nel noto genere romcom, la commedia romantica, un sottogenere ‘comico’ modellato a più riprese, in infinite varianti, e duro a morire. In breve, il genere propone una così certa rappresentazione dell’incontro, della conoscenza e della nascita di una relazione tra due persone, che a noi tuttə è venuto almeno una volta naturale riconoscere e perfino desiderare il verificarsi di questo modello, in cui spesso una donna bianca aspira al matrimonio e alla custodia del focolare domestico mentre il marito è impegnato a provvedere economicamente alla famiglia e a tentare di soddisfare le proprie aspirazioni lavorative. A una mancanza di rappresentazione di diversità (di aspirazioni, di eterogeneità razziale, della diversità intesa come realtà non ristretta all’abilismo, di diversi orientamenti sessuali e identità di genere), non potrà che corrispondere una errata percezione e annientamento di soggettività altre dal modello proposto, interiorizzate come dissonanti, conseguentemente marginalizzate, e conseguente radice e germoglio di fobie multiformi. 

Nel 1985, la fumettista americana Alison Bechdel, in un’apparente innocua vignetta dal titolo “The Rule”, rappresentava due persone, Mo e Ginger, che andavano al cinema. Nel fumetto, Ginger dichiara a Mo di essere disposta a guardare un film solo a condizione che questo soddisfacesse i seguenti requisiti:

  1. Che il film avesse tra i suoi personaggi almeno due donne di cui si conoscesse il nome;
  2. che le due donne di cui si conosce il nome parlassero almeno una volta tra di loro;
  3. che le due donne di cui si conosce il nome parlassero tra di loro ma non di uomini. 

Il fallimento di anche solo uno dei requisiti avrebbe portato al fallimento del test. 

Ispirato a grandi autrici come Jane Austen e Virginia Wolf e inserito nel 2019 nel dizionario Merriam-Webster, il Bechdel test rappresenta uno dei primi tentativi di riflessione sui motori degli stereotipi femminili sul grande schermo

A uno sguardo più approfondito, l’analisi dei parametri sopracitati si rivela ipersemplificata, insufficiente e insoddisfacente. Il test propone infatti un’analisi quantitativa, più che qualitativa, delle battute, e poco aggiunge a problemi di rappresentazione femminile vera e propria, per non parlare di parametri terzi dalla rappresentazione maschile/femminile, come quella razziale o dell’abilismo. Inoltre, diversi film che passano il test sono poi stati considerati come rappresentazione di abusi emotivi – è il caso del dramma adolescenziale “Twilight”; altri, sembrano fallire i parametri “ingiustamente”, come “Gravity”, il cui cast è composto unicamente da due persone, un uomo e una donna, il che rende il test più che limitante. Ne consegue che se può non sorprenderci che film-saga campioni di incassi, quali “Avengers” o “Il Signore degli Anelli” non passino il test, pellicole quali “Marriage Story”, “A Star is Born” e “La la land” non lo superano – pur avendo protagoniste femminili forti con una propria evoluzione narrativa – in quanto le loro storyline sono costruite attorno alle rispettive relazioni attorno cui si snoda la trama (per una lista dei 9417 film che passano il test, rimandiamo al link bechdeltest.com).

Provare a guardare un film oggi cercando di barrare tutte le caselle del test è un esercizio tanto stimolante quanto debole. Se però da un lato non ci si può limitare a guardare una pellicola in base al risultato del test di Bechdel, né può essere contemplata l’ipotesi in cui il superamento del test per un film si traduca automaticamente in un giudizio positivo sulla pellicola, dall’altro merita una riflessione il fatto che fino a pochissimi anni fa la maggior parte di film superpremiati non passassero anche solo uno dei parametri proposti. 

Diversi anni fa, la critica del New York Times Manohla Dargis suggerì di ampliare in Bechdel test con dei nuovi parametri, in cui le minoranze razziali – non solo afro-americane – potessero vedersi finalmente rappresentate: il nuovo test avrebbe preso il nome della regista Ava DuVernay. Al The Guardian, le sceneggiatrici e registe Nadia e Leila Latif hanno poi suggerito una lista di cinque nuove domande su questa linea, sottolineando la necessità di avere due personaggi principali interpretati da due persone nere che parlassero tra loro senza menzionare la loro razza. E ancora, il “Ko Test”, dal nome della sua autrice Naomi Ko, propone come parametri una protagonista non bianca, che si identifichi come donna, e che parli in almeno cinque scene; il “Villareal test”, da un’idea di Lindsey Villareal, pone l’accento sulla rappresentazione stereotipata in termini di ipersessualizzazione femminile, nonché sulla scelta di una persona di una propria identità di genere. Una delle più note alternative è infine rappresentata dal test di Mako Mori, ispirato dalla protagonista di “Pacific Rim”, incentrata intorno alla domanda se un personaggio femminile abbia un proprio sviluppo narrativo che non sia a supporto di quello di un personaggio maschile. Una riflessione a parte andrebbe dedicata agli altri media: diversi studi stanno applicando, per esempio, il test di Alison Bechdel ad altri spazi, come Twitter. 

Resta da vedere fino a che punto una più equa rappresentazione della realtà nei media resti riconducibile a una serie di caselle – quelle proposte dall’insieme dei test in questione – da spuntare, o se, diversamente, esistano altre vie, meno meccaniche, e se queste siano efficaci

Ad oggi, forse il più grande merito del Bechdel test, ereditato dai tentativi successivi di aggiornarlo, non è – come si è a lungo pensato – l’aver creato alternative precise o aver stabilito dei parametri cardine per il raggiungimento della parità di genere, quanto l’aver iniziato una conversazione che nel contesto attuale appare più che mai ancora da concludere. 


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