Il potere è maschio: conservatorismo e femminismo

Ad oggi alcuni tra i ruoli di potere più influenti, quali i vertici di potere delle istituzioni europee e alcune leadership di partito, sono ricoperti da donne, ma l’insediamento delle donne nei luoghi di potere non sembra aver portato a sostanziali mutamenti all’interno della struttura patriarcale, o comunque a mutamenti radicali degli equilibri già esistenti. La ragione non è da ricercare nelle indubbie capacità governative delle figure femminili in questione, quanto nella modalità in cui sono giunte a ricoprire tali posizioni.

L’iniziatrice di questa – a tratti inconscia – strategia politica fu Margaret Thatcher, in quanto riuscì non solo a condividere l’ideologia della Corona, ma anche ad assumere il ruolo di leader apparentemente indiscussa del partito conservatore inglese per ben 15 anni. 

Se per moltə Thatcher ha rappresentato una potenziale conquista femminista, a una più attenta lettura la leader del partito conservatore di fatto prese le distanze dal suo essere donna e dalle battaglie femministe a lei contemporanee – le stesse che effettivamente le permisero di ricoprire tale posizione – per assolvere il ruolo attribuitole dai conservatori.

D’altra parte, l’ex prima ministra fallì nel creare una coscienza comune: il suo ruolo non diede vita, alla fine della sua carica, a una generazione di donne impegnate in politica nel partito conservatore; piuttosto, la sua eredità strategica può essere ritrovata nelle odierne titolari delle alte cariche europee.

Nell’analisi dei vertici al femminile delle strutture di potere vi è poi un ulteriore aspetto da tenere in considerazione: il fenomeno del “glass cliff”, secondo cui le possibilità che siano chiamate donne a ricoprire ruoli dirigenziali sembrano aumentare in momenti di crisi o di alto rischio di fallimento. Difatti sarebbero proprio questi i momenti in cui risulterebbe più difficile trovare uomini disponibili ad assumere la guida, assegnata di conseguenza più facilmente ad una donna. 

Il tutto viene puntualmente mascherato da una narrazione anti-discriminatoria e inclusiva, quando invece si tratta di un’ennesima manifestazione della cultura maschilista che concepisce la figura femminile come unicamente esistente in funzione del maschile – a cui in aggiunta viene subordinata – e dunque maggiormente sacrificabile. È possibile ipotizzare che sia questo il caso della presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, eletta nel 2019 in un momento di profonda crisi monetaria europea; o ancora, la recente elezione alla presidenza del Parlamento Europeo di Roberta Metsola – notoriamente anti-abortista – durante la pandemia e dunque nel corso di una crisi globale, potrebbe essere facilmente riconducibile al fenomeno sopracitato.

In Italia è chiaro come la leadership di quell’anima più populista della destra appartenga ormai esclusivamente a Giorgia Meloni, leader e fondatrice del noto partito Fratelli D’Italia, che – insieme alla Lega – perpetua un uso strumentale delle figure femminili all’interno del partito, presentandole come perfettamente conformi ai ruoli di mogli e madri, ovvero ruoli tradizionali, ancillari e rassicuranti che contribuiscono appieno alla stabilità della struttura patriarcale.

Per riuscire a ritagliarsi uno spazio nella sovrastruttura della società maschilista, queste donne assolvono perfettamente alla confinante posizione imposta loro dal sistema del sessismo istituzionalizzato, sfruttando gli stessi mezzi politici, le stesse armi dialettiche e condividendo le battaglie dei loro colleghi “di destra”, allontanandosi dalle questioni femministe a tratti anche più di quanto lo farebbe un uomo nella loro stessa posizione.

Tale posizione non può che star bene ad un elettorato che vive con fastidio le questioni femminili e femministe, che nasce dal timore patriarcale di una potenziale diminuzione del potere maschio.

Non di rado, infatti, sono proprio le donne conservatrici che condividono il potere maschilista ad essere anche sostenitrici dell’oppressione. Queste si rendono complici del sistema, accettandolo e interiorizzandolo, poiché non sono a quanto pare mai state in grado di decostruire il loro privilegio.

La solidarietà politica tra donne intacca sempre il sessismo e pone le basi per l’abbattimento del patriarcato; in questo senso, le donne al potere dovrebbero piuttosto essere disposte a spogliarsi del loro privilegio, che invece le “autorizza” a dominare e sfruttare i gruppi oppressi della società.

Il conservatorismo femminile finisce per allinearsi perfettamente al volere degli oppressori, contribuendo all’oppressione non solo verso altre donne, ma anche nei confronti di tutte le parti della nostra società che subiscono una continua vessazione e discriminazione, con conseguente marginalizzazione.

Come già precedentemente individuato da Bell Hooks

“finchè le donne useranno il loro potere di classe o di razza per dominare altre donne, il potere non potrà mai essere femminista”.

La classe include i comportamenti, i presupposti di base, le aspettative verso se stessə e verso lə altrə, la propria idea di futuro, il modo di pensare, sentire e agire.

In passato, le femministe riformiste miravano ad ottenere la parità sociale per le donne in seno alla struttura di potere esistente: le donne privilegiate esigevano di essere pari agli uomini della loro classe. Ma il femminismo è molto più di questo. È stato il cosiddetto femminismo riformista di potere a consentire al patriarcato suprematista mainstream di consolidare il proprio dominio e, al contempo, di pregiudicare la politica radicale di femminismo. 

Per quanto risulti difficile adottare una distinzione tra “destra” e “sinistra” alla struttura politica odierna, occorrerebbe un cambio di rotta, un tentativo di rottura del sistema per un passo concreto verso una società più inclusiva, lo stimolo di una contro-azione.

L’emancipazione femminile è tutt’oggi considerata una prerogativa di “sinistra” e i movimenti femministi hanno da sempre abbracciato la stessa idea di progressismo; tuttavia, ciò non rende automaticamente immuni dal perpetrare comportamenti discriminatori o paternalistici. 

Ma senza donne leader di sinistra, non c’è nessunə in grado di controbilanciare il potere maschio, anche quando incarnato da una donna.

Poiché il conservatorismo appiattisce tutti i tentativi progressisti di emancipazione – cercando di omologare i ruoli femminili a quelli maschili – sarebbe doveroso per la “sinistra” contribuire al perseguimento di un femminismo che possa condurre ad un autentico rinnovamento nella politica, che non si limiti alla mera inclusione delle questioni di genere all’interno dei programmi elettorali. 

Il progressismo non sarà mai autentico se non si riparte dal riempire questo vuoto lungo trent’anni.


AUTHORS

Stefania Lubelli