L’altro volto della guerra: le persone transgender tra discriminazioni e paure

L’invasione russa si è scagliata ferocemente sulla vita di milioni di persone, nutrendo aspetti critici e mai superati di leggi e norme in vigore in Ucraina e altrove. Dietro questa guerra, più evidente, ce n’è un’altra che si combatte senza armi e che non ha come obiettivo l’annessione di un territorio, ma l’ostacolo all’inclusività e alla tolleranza.  Tra le varie tragedie che si stanno consumando a causa di un conflitto che ha innescato nel continente europeo uno degli esodi di profughə di più vaste proporzioni del dopoguerra, è nostro dovere parlare delle storie di chi, al terrore dei bombardamenti, aggiunge la difficoltà di essere cittadinə transgender o non binary soggettə ad una condizione esistenziale difficile già antecedentemente al conflitto. 

Nonostante gli innegabili progressi fatti dal 1989 ad oggi, il rispetto dei diritti e il riconoscimento dell’esistenza di questa comunità risultano ancora fortemente compromessi, soprattutto se si pensa al contrasto rispetto al trattamento riservato alle persone cisgender. I primi passi verso la costruzione di una società più tollerante vennero compiuti nel 1991, con la legalizzazione dell’omosessualità, e nel 1992, con l’approvazione della chirurgia di riassegnazione di genere e la riassegnazione legale del sesso previa approvazione medica. Nonostante ciò, ancora oggi, la disforia di genere è classificata come un disturbo psichiatrico, motivo per cui, fino al 2017, prima di intraprendere il percorso di transizione, vi era l’obbligo di essere sorvegliatə in un istituto psichiatrico per un arco di tempo non inferiore a due anni. Una condizione non più esistente, a differenza delle difficoltà e delle discriminazioni ancora presenti per cui si impone di sottoporre a valutazione psichiatrica chiunque voglia effettuare l’intervento al fine di dimostrare di poter affrontare un’operazione irreversibile. 

Nel pieno dell’attuale guerra in Ucraina abbiamo avuto l’opportunità di intervistare e confrontarci con Martina Bossi, giornalista d’inchiesta e presidente di Large Movements, associazione di giovani accomunatə dalla passione per i diritti umani, che si occupa anche di divulgare esperienze e disagi di chi in prima persona sta vivendo la guerra, grazie alla presenza in territorio ucraino di alcunə componentə. 

Attualmente, la più grave ingiustizia per le persone transgender in Ucraina è costituita dal fatto che i documenti necessari per lasciare il Paese riportano spesso il genere assegnato alla nascita e non quello reale. “Tale incongruenza nei documenti ufficiali” – afferma Martina – “costringe lə stessə a coming out non volontari e rappresenta una delle cause più diffuse di aggressioni transfobiche”. 

Inoltre, molte donne transgender si vedono preclusa la possibilità di attraversare il confine, e vengono per questo forzate a combattere: la polizia di frontiera decide le sorti dellə cittadinə transgender ucrainə in base a ciò che è riportato all’interno del passaporto. Secondo la legge marziale in vigore, i cittadini maschi tra i 18 e i 60 anni sono obbligati a prestare servizio militare per la difesa della nazione e tra questi vengono incluse anche le donne transgender sprovviste di un attestato che ne confermi la riassegnazione, mentre gli uomini transgender sono soggetti a questa misura solamente se certificati. Questa postura può essere considerata come uno dei molteplici casi di transfobia perpetrata a norma di legge. Inoltre, la presidente di Insight, associazione pubblica LGBTQIA+ ucraina, Olena Shevchenko, ha denunciato una generale discriminazione al confine nei confronti della comunità transgender, affermando che le guardie di frontiera impediscono anche a chi dispone di certificato valido di lasciare il Paese senza giustificato motivo. La discriminazione può essere perpetrata, quindi, anche da singolə funzionarə in grado, addirittura, di aggravare la situazione. A conferma di ciò, eloquente è la pratica piuttosto diffusa di negare alle donne transgender la possibilità di accedere ai rifugi destinati a donne e bambinə, come conseguenza di un bias interiorizzato.  Un contesto che scaturisce in decisioni avventate e controproducenti da parte di chi è vittima, come la distruzione dei documenti o la corruzione delle forze dell’ordine; comportamenti, questi, fortemente sconsigliati dalle due associazioni per i diritti delle persone transgender in Ucraina, a causa degli ulteriori rischi che potrebbero correre. 

Il principale responsabile di tale scenario è inevitabilmente lo Stato che, in questo modo, viola gli obblighi internazionali a cui è soggetto. Il 9 novembre 1995, l’Ucraina ha infatti aderito al Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale le cui finalità sono la promozione della democrazia e dell’identità culturale europea, nonché la tutela dei diritti umani. Lo strumento principale adottato dal Consiglio d’Europa per perseguire questi scopi sono accordi o convenzioni internazionali che coinvolgono numerosi aspetti e settori della società. Alla luce di ciò che sta accadendo al confine ucraino, alcuni di questi impegni internazionali non stanno trovando possibilità di applicazione pratica. In particolare, si fa riferimento alla violazione degli Art. 11 e 12 della Carta Sociale Europea del Consiglio d’Europa, garante dei diritti e delle libertà per tutti gli individui,  che hanno ad oggetto, rispettivamente, il diritto alla protezione della salute e il diritto alla sicurezza sociale in egual misura nei confronti di tuttə lə cittadinə, e della Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze con specifico riferimento agli Art. 1, in relazione alla protezione delle minoranze; Art. 3 Comma 1, che enuncia la possibilità di ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale di essere trattata senza alcuno svantaggio derivante da tale situazione; Art. 4 Comma 1, per cui le Parti si impegnano a garantire ad ogni persona il diritto all’uguaglianza di fronte alla legge e ad uguale protezione; Art. 19, che esplica l’impegno delle Parti a rispettare e mettere in opera i principi contenuti nella  convenzione in questione.

Secondo l’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, l’Ucraina è al trentanovesimo posto su quarantanove Paesi europei per il trattamento nei confronti della comunità LGBTQIA+. L’associazione ha inoltre denunciato la difficoltà di molti cittadinə transgender nel trovare medicinali come i trattamenti ormonali, la cui interruzione è estremamente dannosa per la salute, che vengono attualmente distribuiti solamente dalle ONG.  Ci si chiede se sia possibile adottare meccanismi volti alla correzione delle ingiustizie verificatesi, ma al momento, ci suggerisce Bossi, “Il primo passo da compiere, e forse l’unico possibile, consiste nel diffondere le testimonianze di questa dura realtà”, con la speranza che vengano presto adottati provvedimenti concreti da parte del Consiglio d’Europa.

Lə attivistə, intanto, richiedono un corridoio umanitario per aiutare la comunità a lasciare il Paese. La speranza comune è che episodi come questi, presto, cessino definitivamente di esistere.

Fonti: 

Ukraine (PDF), ilga-europe.org  

Ukraine Simplifies Legal Process For Gender Transition.


AUTHORS

Sofia Trimarco